Autore/i: Vladimir Nabokov
Traduttore/i: Cinzia De Lotto, Giulia Marcucci. A cura di Ol'ga Voronina, Brian Boyd
Editore: Adelphi
Luogo: Milano
Anno: 2026
Le lettere di Nabokov alla moglie Vera, compagna e complice di una vita, non solo gettano luce sul legame che li unì per oltre mezzo secolo, ma delineano, a piccoli tocchi impressionistici, la nascita dello scrittore, avviato ben presto a diventare quello che era già, nel serico involucro della sua crisalide – ma forse, senza di lei, non sarebbe stato. Scorre infatti in queste pagine un flusso inarrestabile di scherzi, giochi di parole, piccoli versi, disegni, nomignoli bislacchi e dichiarazioni d’amore, di tutte le innumerevoli, fulminanti accensioni che mai mancavano al suo estro creativo. Malgrado l’esilio dalla Russia e dalla propria lingua, malgrado la miseria, i malanni, la guerra e le mille traversie che lo tenevano spesso lontano dalla moglie, le sue lettere ci parlano di un uomo profondamente felice, che ha il potere di irradiare la sua felicità a chi legge. Perché Nabokov, a ogni istante, ha il dono di trasmettere un’immagine, una luce, un colore; sa cogliere il battito di un’ala, la vena di una foglia, il riverbero di un lampo o di una goccia; sa distillarne bellezza e unicità e – elevandole a potenza – annetterle per alchimia verbale al magico reame della letteratura. Un reame che per lui non si distingue dal creato, ma si estende come un mantello fino alle estremità di esso, quasi per abbracciare e proteggere – con le sue frange ondeggianti e iridescenti – quell’inguaribile felicità.